FOTOVOLTAICO GRATIS (PARTITE IVA)

il fotovoltaico finanziato da un fondo (se l’azienda ha certi requisiti nenache tanto stringenti) è la parte più interessante. Sfrutta la possibilità di costruire l’impianto sul tetto del cliente e di vendere l’energia direttamente evitando quindi la tassa per l’uso della rete: ENERGIA VERDE+ZERO INVESTIMENTI+PREZZO BASSO E FISSO. Inoltre costo energia fatturato come servizio e quindi detraibile al 100%, manutenzione a carico del fondo (se il pannnello si ferma, lavora poco o male il fondo ci perde), i pannelli sono del fondo quindi nessuna ricaduta sull’IRAP…
fissare un colloquio è la migliore occasione per chiarire dubbi
cordiali saluti

Guido Martinelli

n.b. altre opportunità:
1) bollette energetiche di energia verde certificata ed economica che diventano buoni spesa (2000euro bolletta 2000 euro buono spesa) per vacanze o beni di largo consumo
2) operazione zero bollette
3) operazione stacca il tubo del gas (tutto elesolar-panel-array-1591358_960_720ttrico con detrazioni e tariffa incentivata)

4) avete un amico che cerca lavoro? cerco collaboratori in tutta italia
340 089 36 08
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Real-world emissions from diesel cars far higher than in lab tests

Government investigation finds all diesel cars in breach of legal limits when tested in real-world conditions
Diesel cars are emitting far more damaging NOx pollutants than laboratory tests had previously shown, a government investigation has found.

The Department for Transport (DfT) investigation, which tested a number of diesel cars under real-world conditions, found that all 37 vehicles assessed are emitting illegal levels of NOx, with some spewing out over 10 times the legal limit. The study tested models from some of the most well-known car brands, including Range Rover, Nissan, Vauxhall and BMW.

The investigation was undertaken in the wake of the Volkswagen (VW) emissions scandal, which broke in September 2015 after it was revealed that the firm was using so-called “defeat” devices to cheat on laboratory emissions tests.

The study did not uncover evidence of any other car manufacturer using defeat devices as used by the VW Group. “Other manufacturer’s vehicles did not appear to be able to recognise when they were being tested in the laboratory and so change the emissions strategy of the engine,” a government report announcing the results said.

However, the study revealed that the laboratory conditions used to test emissions from diesel cars produced markedly different results than under real-world conditions. Ironically, the tests showed VW’s Golf model as having one of the lowest NOx emissions of all the cars tested, though the report made clear that direct comparisons between cars were difficult as they were all tested on different days, under varying temperatures and road conditions.

The study looked at models representing half of all diesel cars on the road sold from 2010 to 2015 under the two most recent EU NOx emissions standards. It did show that emissions were significantly lower for newer cars, and emissions from cars licensed under Euro 6 – the newest standard of 80mg/km which applied to all new cars from September 2015 – were markedly lower than for the previous Euro 5 standard of 180mg/km. However, even cars registered under Euro 6 still significantly breached legal limits.

Comparison of hot NEDC in lab and on the track. Source - UK government Department for Transport

The government used the release of the report to tout its action on tackling air pollution, with plans for real-world emissions tests to be introduced from next year. “The UK has been leading in Europe in pushing for real-world emissions tests which will address this problem,” transport secretary Patrick McLoughlin said in a statement.”Real-world tests will be introduced next year to reduce harmful emissions, improve air quality and give consumers confidence in the performance of their cars.”

However, environmental lawyers ClientEarth accused the government of “misleading” the public with claims that it is leading the way on the issue. “The government knew about this problem for years but did nothing to challenge the car industry while the country choked on illegal levels of air pollution,” Alan Andrews, ClientEarth lawyer, said in a statement.

He called for the introduction of a national network of clean-air zones, random testing of vehicles and consumer labelling based on real-world, independent tests. “This will help us get the dirtiest diesel vehicles off our streets. At the same time, the government needs to fight for clean air at EU level to close the loopholes in emissions testing,” he added.

The results of the investigation come as Volkswagen yesterday reached a sweeping US deal which will allow the owners of nearly 600,000 vehicles fitted with the cheating devices to have their cars fixed or bought back by the car maker.

The agreement, which analysts have estimated could cost VW around $10bn, will also include environmental and consumer compensation funds.

“Volkswagen is committed to earning back the trust of its customers, dealers, regulators and the American public,” the company said in a statement. “These agreements in principle are an important step on the road to making things right. As noted today in court, customers in the US do not need to take any action at this time.”

Meanwhile, German car maker Daimler – which owns luxury car brand Mercedes-Benz – yesterday announced that it has opened an investigation into its own emissions-testing process, following a request from the US Department of Justice to do so. The manufacturer, which has not been accused of wrongdoing in regard to emissions reporting by US regulators, saw its shares drop sharply this morning following the announcement.

 

OSSIMORO-CENERI RINNOVABILI

Sponsorizzate da soldi pubblici:
http://www.ansa.it/trentino/notizie/qualitaaltoadige/2016/02/25/energia40mln-incentivi-statali-a-termovalorizzatore-bolzano_725c9047-ac68-41d8-9b19-58b65c9ffea5.html

  • Energia:40mln incentivi statali a termovalorizzatore Bolzano

Energia:40mln incentivi statali a termovalorizzatore Bolzano

– BOLZANO, 25 FEB – La Provincia di Bolzano riceverà 40 milioni di incentivi statali a favore delle aree in cui si produce energia rinnovabile da termovalorizzatori.
Dopo che, nel 2013, il termovalorizzatore Bolzano si era aggiudicato, insieme a quello di Parma, la gara nazionale in virtù della migliore offerta tariffaria, pari a 122 euro per MWh di energia prodotta, nel corso del 2015 è stata predisposta la documentazione richiesta dal gestore nazionale dei servizi energetici per verificare che l’impianto avesse tutti i requisiti richiesti per poter effettivamente essere ammesso al sistema degli incentivi.” Ora è arrivata la risposta positiva da Roma che garantisce alla Provincia il sostegno previsto dalla gara di tre anni fa, che a breve entrerà dunque a regime. Gli incentivi pari a 40 milioni di euro saranno erogati nei prossimi venti’anni. Secondo il progetto, una volta portato a regime, il termovalorizzatore di Bolzano consentirà di rifornire di energia un quarto della città e circa 20mila utenze tramite la rete del teleriscaldamento. (ANSA).

Inceneritore= polveri sottili

P.s. il teleriscaldamento spreca un sacco di calore nel trasporto , sprecandolo e disperdendolo nei tubi..

ladri di futuro sponsorizzati dai soldi pubblici

nel paese di Pulcinella… tanto paga Pantalone…

primato dei soldi sul popolo- regola ENI

Eni sotto processo per danni ambientali, i legali: “Se condannati a rischio presenza a Gela”

di ANDREA TURCO

“Se il ricorso cautelativo d’urgenza per il presunto danno da inquinamento ambientale venisse accolto, salterebbe il protocollo d’intesa e i 2 miliardi e 200 milioni di euro di investimenti previsti per il sito di Gela. Nonché la presenza di Eni in città”. E’ il rischio maggiore che sottolinea il principe del foro Lotario Dittrich, uno dei legali del team di avvocati a difesa dell’Eni a fronte della richiesta di risarcimenti presentata dagli avvocati gelesi Luigi e Giuseppe Fontanella, coadiuvati da Laura Vassallo. “Non è un ricatto ma una constatazione. Il provvedimento va perciò contro gli interessi della cittadinanza ed è improponibile per i costi che avrebbe”. “La richiesta di sequestro degli impianti per un asserito inquinamento ambientale al fine di affidarne la gestione a custodi nominati dal giudice – agginge l’Eni in una successiva precisazione – di cui si discuteva proprio nell’udienza odierna, non solo è infondata in fatto e diritto ma se concessa sarebbe in danno della comunità locale prima ancora che di Eni. Questo in quanto la indisponibilità dei beni industriali non permetterebbe alle società locali di Eni neppure di far fronte al Protocollo d’Intesa siglato di recente. In tal senso il legale Eni, pur sottolineando che le società Eni sono serene sul fatto che la situazione di inquinamento ambientale a base della richiesta non sussiste o comunque non sia a loro riconducibil – conclude la nota – fa presente che il rischio di misure cautelari ove concesse determinerebbero sì un danno alla comunità oltre che ad Eni”.

Questa mattina al tribunale di Gela si è svolta la seconda udienza del ricorso d’urgenza sottoscritto da oltre 500 cittadini gelesi. Tra le richieste: un indennizzo per danni morali ed esistenziali che i legali ipotizzano in una decina di migliaia di euro per ciascun aderente, il fermo degli impianti ancora attivi, la sospensione delle nuove trivellazioni previste e l’immediata attivazione delle bonifiche. Un vero e proprio salasso per il cane a sei zampe, se il procedimento dovesse andare in porto. Specie perché il Comune di Gela non solo ha aderito alle richieste dei ricorrenti, ma ha avanzato un’ulteriore istanza di risarcimento di 80 milioni di euro per creare un reddito di sussistenza ai lavoratori rimasti fuori dal ciclo produttivo.

Un fondo che per la giunta Messinese dovrebbe essere a carico del cane a sei zampe, in attesa che ripartano i cantieri della green refinery e delle prime bonifiche. I legali della multinazionale energetica, però, non ci stanno. “Il protocollo non sta procedendo per l’inerzia della Regione. Inoltre lo stabilimento è pressoché chiuso, a parte tre impianti che non fanno parte del ciclo produttivo” ha aggiunto l’avvocato Dittrich. “Dove sarebbe allora il pericolo ambientale? Come si può stabilire in questo modo il danno esistenziale?”. A ciò va aggiunto un altro fronte per così dire gemello, anzi padre del suddetto ricorso d’urgenza. Cioè la richiesta di 15 milioni di euro di risarcimento avanzata, sempre nei confronti delle società del gruppo Eni (Enimed, Raffineria di Gela e Syndial), da un gruppo di familiari di 12 bambini con malformazioni neonatali ai quali è stata riconosciuta la correlazione con l’inquinamento industriale.

Entrambe le cause si basano sulla maxiperizia depositata al tribunale di Gela lo scorso luglio ed effettuata da un pool di periti di chiara fama nazionale ed internazionale. Oltre 10 mila pagine che accerterebbero il nesso causale tra la presenza industriale e le patologie riscontrate. Per l’avvocato Fontanella “quella perizia è realizzata con dati incontestati ed incontestabili, che accertano il perdurante pericolo e il rischio sanitario al quale i miei clienti sono sottoposti”. Aggiungendo poi la richiesta di una “tutela ripristinatoria delle condizioni”. Il legale del Comune di Gela, l’avvocato Mario Cosenza, ha dichiarato come “a fronte di reati gravissimi finora Eni se n’è uscita con ammende ridicole”. Per poi accusare il cane a sei zampe di non aver effettuato bonifiche, a fronte della promessa di oltre un anno fa di ripristinare l’ex area Isaf, una discarica di fosfogessi per la quale sono previsti 200 milioni di euro. “La prova con la quale si può stabilire che qui non è mai stata realizzata una bonifica è che finora non esiste nessun certificato che lo attesti” ha dichiarato il legale gelese. “Al di là della messa in sicurezza d’emergenza Eni non ha mai fatto nulla. Le caratterizzazioni sono iniziate nel 2004 e mai terminate”.

Il procedimento civile si innesta in un clima di grande tensione per Gela, congli operai e i cittadini in piazza per chiedere al colosso

industriale la riconversione verde della raffineria e il mantenimento dei livelli occupazionali. La vertenza va avanti da tre settimane e ha portato a blocchi e picchetti in città. Un braccio di ferro che ha visto scendere in campo anche i sindaci e la Curia, schierati al fianco degli operai, ma che non sembra ancora al capolinea.

Inquinamento, ecco i governi che si fingono eco-friendly

Nel report “Sotto il tappeto” del WWF anche l’Italia, in 14esima posizione come finanziatrice di progetti collegati al più inquinante tra i combustibili fossili. In otto anni l’industria del carbone ha ricevuto 73 miliardi di dollari. Soldi pubblici che hanno causato un inquinamento aggiuntivo annuale pari a quello prodotto dall’Italia in un anno(Foto: Getty Images)Governi e lobby si fingono eco-friendly ma in realtà finanziano l’industria collegata al più inquinante tra i combustibili fossili: ilcarbone. Lo rivela l’ultimo report di WWF International, non a caso chiamato “Under the rug” (“Sotto il tappeto”), con un sottotitolo che riassume abilmente il tema: “Così i governi e le istituzioni internazionali nascondono miliardi a sostegno dell’industria del carbone”. Un finanziamento che, considerando il periodo dal 2007 al 2014, secondo WWF ammonterebbe a circa 9 miliardi di dollari l’anno, per un totale di 73 miliardi di finanza pubblica internazionale investita in carbone.

Svolacchia
20.20
Giappone
14.8
Cina
7.2
Corea
7
Germania
4.3
Stati Uniti
2.80
Russia
2.80
Francia
1.8
Australia
1.6
Regno Unito
0.8
Danimarca
0.70
Canada
0.70
Repubblica Ceca
0.30
ITALIA
0.30
Olanda
0.2
Svezia
0.2
Spagna
0.1
Norvegia
0.1
Austria
0.1
Polonia
0.1
Svolacchia

l risultato? Più di mezzo miliardo di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, con conseguenze per effetto serra e inquinamento atmosferico. In altre parole, è come se i leader mondiali alimentassero uno Stato invisibile, visto che l’inquinamento causato dai finanziamenti all’industria del carbone è pari a quello prodotto dall’Italia. Termine di paragone non scelto a caso, date che il Bel Paese è il ventesimo Stato più inquinante al mondo. Un report che sembra mostrare la doppia faccia di “molti governi dei Paesi sviluppati che sostengono ambiziose azioni per il clima e nello stesso momento finanziano l’industria del carbone all’estero. Non possono fare entrambe le cose ed essere credibili”, ha detto Samantha Smith, promotrice della Iniziativa globale per clima e energia di WWF.

Maglia nera a Giappone, con oltre 20 miliardi di dollari di finanziamento pubblico all’industria del carbone. Tra i paesi dell’Ocse – i cui membri forniscono circa la metà dei finanziamenti mondiali all’industria del carbone – CoreaGermania occupano il terzo e quarto posto in classifica mentre fuori dall’Ocse, Cina (seconda posizione) e Russia (sesta) versano il 23% delle finanze totali. Finanziamenti sopra 4 miliardi di dollari per Stati Uniti, ma cifre sostanziose non mancano neppure per Francia (2,8 miliardi) e Regno Unito (1,6 miliardi di dollari). L’Italia è in 13esima posizione, prima di Olanda, Svezia, Norvegia, Austria e Polonia. “Piuttosto che usare i soldi dei cittadini per alimentare il cambiamento climatico, è tempo che le nazioni ricche investano il denaro pubblico cercando soluzioni contro l’inquinamento, come le energie rinnovabili”, ha concluso Samantha Smith di WWF International.

A quanti sostengono, invece, che le esportazioni di carbone siano necessarie a combattere la carenza energetica nei paesi in via di sviluppo, il report svela come la percentuale di finanziamenti destinati a paesi a basso reddito sia zero. Al contrario, il 25% dei crediti per l’esportazione è destinato a paesi che non hanno alcun problema energetico. “C’è chiaramente una certa incoerenza tra prendere sul serio un’azione contro il cambiamento climatico e continuare a finanziare il più inquinante tra i combustibili fossili”, commenta Kellie Caught, leader di WWF Australia, stato che è l’ottavo finanziatore mondiale dell’industria del carbone. Oltre 190 paesi nel mondo hanno accettato di impegnarsi a limitare l’aumento della temperatura globale, mantenendolo entro un limite di 2°C. Peccato che secondo l’Intergovernmental panel on climate change (gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico), il 75% dei combustibili fossili a livello mondiale dovrebbero rimanere nel terreno, se si vuole arrivare a limitare l’incremento di temperatura del pianeta. “Se si continua con un uso incontrollato del carbone, la Terra subirà certamente un pericolosissimo aumento del livello di riscaldamento”, conclude WWF Australia.

Lo stesso discorso è applicabile per il gasolio usato per autotrazione http://www.agenziadoganemonopoli.gov.it/wps/wcm/connect/Internet/ed/Dogane/Operatore/Accise/Benefici+per+il+gasolio+da+autotrazione/ il governo ha in tasca di suo diverse azioni ENI, Lo stesso vale per la proprietà diretta di molti politici. Quindi usiamo i soldi pubblici per mantenere alto il consumo di gasolio, RENZI dopo lo scandalo WOLKSWAGEN è corso a dire, NON È UN PROBLEMA ECOLOGICO, MA SOLO DI TRUFFA…. Comunicato che sembra fatto su dettatura…

È tempo di (ri)fondare una nuova cittadinanza ecologica

Immagine: Deabyday.tv

“Peace and Planet” ci racconta l’impegno delle organizzazioni e della società in generale a costruire e diffondere una nuova cittadinanza ecologica che miri ad un’alleanza tra ambiente e democrazia: la cura della terra è il presupposto per un mondo di pace. A Padova, il tema sarà discusso domani 23 ottobre nella prima sessione della conferenza annuale dell’International Peace Bureau.

Nell’ambito della conferenza annuale dell’International Peace Bureau, che comincia domani a Padova, una sessione dei lavori, intitolata significativamente “Peace and Planet”, sarà dedicata a una tavola rotonda in cui si discuterà del rapporto tra la pace e l’impegno in favore dell’ambiente.

La sessione prevede una tavola rotonda in cui le associazioni per la pace e il disarmo discutono l’impegno per la costruzione di una cultura di pace, ma soprattutto per la costruzione e il rispetto del diritto alla pace che passa attraverso una nuovo relazione con la terra che calpestiamo, con l’aria che respiriamo, con l’acqua che in varie forme beviamo. Il Manifesto Terra Viva (2015) promosso da Banca Etica dichiara fin dal sottotitolo “il nostro suolo, i nostri beni comuni, il nostro futuro, una nuova visione per una cittadinanza planetaria”.

La lettera enciclica di Papa Francesco Laudato si, scrive Carlo Petrini – presidente di Slow Food – nell’introduzione all’edizione San Paolo (2015), “ci chiede di partire dalle risorse, dalla terra, dall’acqua, dall’agricoltura e dal cibo, quindi da un afflato ecologico che però immediatamente comprende anche l’uomo e non può più tollerare le ingiustizie che perpetriamo, tanto alla natura quanto ai nostri fratelli e sorelle. Una nuova ecologia che parte da lontanissimo”, dalla convinzione che “tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri” (pp. 13-14).

Come fare? In Terra Viva ritorna più volte il concetto che “noi siamo il suolo” – non è un caso che il 2015 sia anche stato dichiarato dall’ONU, l’anno internazionale del suolo – e questo ci pone di fronte enormi responsabilità. Non è un caso se nuovi e violenti conflitti siano le conseguenze dirette ed evidenti dell’uso e trasformazione predatoria della terra: agricoltura, irrigazione, abitudini e consumi alimentari, ecc. sono tutti nodi di una rete complessa che si sta lacerando; basta un’osservazione sincera per rendersene conto.

Se guardiamo ai conflitti intrastatali che hanno caratterizzato gli ultimi sessant’anni, la miccia esplosiva è stata proprio l’accaparramento delle terre e delle “risorse” in essa contenute. Dove sono queste terre interessanti? Adagiate su grandi bacini idrografici, in particolare in Africa, ma anche in molte regioni dell’Asia e dell’America meridionale (e in Europa), queste terre reggono sistemi territoriali complessi, resilienti, ma vulnerabili. I conflitti che le attraversano sono volutamente raccontati in maniera semplificata, ridotta, come scontri etnici (ma chi avrà mai inventato questa idea dell’etnia?) o religiosi (ma di quali religioni stiamo parlando?).

La responsabilità nei confronti della terra, quella vicina e quella lontana, si fanno evidenti nel momento in cui si prendono decisioni che la riguardano. Tra queste decisioni rientrano i cosiddetti “investimenti agricoli” come pure quelli militari, che spesso vanno a braccetto: le armi inseguono gli interessi e i conflitti servono a preservarli, a proteggerli. Chi prende queste decisioni? Un oligopolio di multinazionali (i governi, il potere politico quindi, sono sempre più marginali rispetto ai magnate dell’economia e della finanza) decide. Una moltitudine invece si omologa dimessamente. C’è ancora spazio per la produzione di decisioni collettive? C’è ancora spazio per attivare circuiti (o cortocircuiti) di solidarietà tra persone, per costruire comunità? Risposta affermativa.

Beati costruttori di pace, Rete italiana per il disarmo, Coordinamento Nazionale enti Locali per la pace e i diritti umani, il Tavolo della pace, Fondazione Fontana e World Social Agenda– presenti al tavolo Pace e Pianeta (“Peace and Planet”) credono che ci sia ancora spazio per la trasgressione “dal pensiero lineare e dalla logica estrattiva dello sfruttamento che porta al collasso ecologico e sociale” verso “il pensiero circolare della legge del ritorno, della reciprocità e della rigenerazione”, come affermato in Terra Viva.

È necessario stare dentro questo spazio per poterlo riprogettare, attraverso strumenti altri, modi di pensare e di agire differenti; perché non possiamo certo risolvere un problema utilizzando lo stesso sistema o paradigma che lo ha creato. É necessario quindi modificare il nostro modo di pensare perché è ciò che ha creato il mondo che oggi abitiamo. Disarmare, ad esempio, è parte di questo cambiamento, perché i fondi stanziati per le spese militari, oltre ad essere destinati alla difesa, alimentano i conflitti e sottraggono risorse vitali per altre spese come la lotta contro la povertà, lo sviluppo sostenibile e la “transizione verde”. Come abbiamo scritto su Unimondo, dobbiamo agire adesso visto che “l’eliminazione delle armi nucleari renderebbe disponibili enormi risorse che potrebbero essere usate per realizzare pienamente l’Agenda 2030 per uno Sviluppo Sostenibile.

La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via d’uscita, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi” – come afferma ancora il Papa. Prima di tutto però sarebbe opportuno riconoscere il bisogno che l’umanità ha di cambiare. “Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti”. La sfida quindi non è tecnocratica, bensì “culturale, spirituale ed educativa”. Se la soluzione tecnica può prevedere tempi brevi di implementazione, quella educativa implica tempi molto lunghi perché informare, anche scientificamente o normare giuridicamente sono solo condizioni necessarie, ma non sufficienti per produrre un modo nuovo di relazionarci tra noi e con la “casa comune”.

Si tratterebbe di rifondare un insieme di comportamenti di “cittadinanza ecologica” (così la definisce il Papa) capace di attivare azioni di uso, trasformazione, cura della terra rispettose dei sistemi territoriali locali e globali. Un nuovo umanesimo mira quindi all’edificazione di una nuova geografia quale esito territoriale dell’agire sociale. Le geografie, scritture e riscritture della terra, sono incessanti lavorii di uomini e donne, i soggetti agenti e principali artefici dei capolavori come pure degli scempi. I territori sono scritture antropologiche, non (certo) teologiche. Uomini e donne sono chiamate a “coltivare e custodire il giardino del mondo” (Gen 2,15), cioè a lavorare e proteggere, preservare, curare la terra. Invito apparentemente contradditorio, perché spesso la conservazione implica una sorta di inazione dettata da vincoli (pensiamo ai vincoli presenti nelle aree protette che mirano a regolare e a ridurre l’azione antropica). Eppure prendersi cura significa usare la terra mantenendone la vocazione produttiva, trasformarla, ma in ottica di sostenibilità e non di esaurimento, ridurre i consumi, ma non annientarli; insomma, dar prova di creatività, generosità, apertura verso “una cultura della vita condivisa e del rispetto per quanto ci circonda”.

Nella logica e con lo spirito biblico, e non solo, che “meno è di più” è possibile rifondare una geografia dell’equità che porti ad una più attenta redistribuzione della ricchezza, intesa come opportunità e diritto alla pace e al futuro di tutte le persone che abitano il pianeta. Verificheremo da qui a quindici anni, se i cinque pilastri dell’Agenda 2030 – People, Planet, Peace, Prosperiy, Partnership – avranno retto all’urto del cambiamento o della conversione, a seconda delle preferenze.

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger.

addio al petrolio dal 2050 – i calcoli di green peace

Addio petrolio, carbone, gas e nucleare. Nel 2050 tutta l’energia di cui l’uomo ha bisogno potrebbe essere soddisfatta solo dalle fonti rinnovabili. Sole, vento, maree e altre forme di energia pulita, non serve altro. Ad assicurarlo è il nuovo studio condotto da Greenpeace.

Secondo il nuovo rapporto “Energy Revolution 2015 – 100% renewable energy”, tra 35 anni il Pianeta potrebbesoddisfare interamente il proprio fabbisogno energetico sfruttando le rinnovabili. Non si tratta di uno scenario poco probabile ma di fattorealizzabile oltre che conveniente anche in termini economici e ambientali.

Sappiamo già che i cambiamenti climatici hanno un costo elevato anche in termini di spese sanitarie e disastri. Passare dunque a un modello libero dalle fonti fossili per la produzione di energia permetterebbe anche di avere un risparmio economico.

Secondo lo studio di Greenpeace, infatti, l’investimento necessario per raggiungere questo obiettivo entro il 2050 sarebbe più che ripagato dai risparmi legati all’abbandono dei combustibili fossili.

Le cifre parlano chiaro. Per raggiungere l’obiettivo 100% rinnovabili a livello mondiale entro il 2050, sarebbe necessario investire ancora nelle rinnovabili circa 1000 miliardi di dollari l’anno.

Numeri elevati? Vero, ma il risparmio medio legato al mancato uso di combustibili fossili rispetto allo stesso periodo sarebbe di 1070 miliardi di dollari l’anno, quindi più degli investimenti necessari per la completa transizione verso le rinnovabili.

“I settori del solare e dell’eolico sono ormai sufficientemente maturi per poter competere a livello di costi con l’industria del carbone. Ed è molto probabile che entro il prossimo decennio supereranno quest’ultima anche in termini di occupazione e di energia fornita”, spiega Sven Teske di Greenpeace, primo autore del rapporto.

Lo scenario Energy Revolution 2015 spiega inoltre che le rinnovabili creerebbero più posti di lavoro rispetto agli occupati nel settore dei combustibili fossili. Il solare occuperebbe 9,7 milioni di persone al 2030, superando i lavoratori del carbone.

fossiliGreenpeace

Non possiamo permettere che le lobby dei combustibili fossili ostacolino il passaggio verso le energie rinnovabili, ovvero la soluzione più efficace ed etica per un futuro energetico pulito e sicuro”, ha aggiunto Kumi Naidoo, Direttore Esecutivo di Greenpeace International.

Per questo, l’associazione ha rivolto un appello ai leader mondiali che tra circa due mesi si incontreranno a Parigi per la conferenza sul clima (Cop21), chiedendo

“una visione a lungo termine che contempli la totale eliminazione di carbone, petrolio, gas e nucleare entro il 2050, assicurando così un futuro 100 per cento rinnovabile per tutti”.

http://www.greenpeace.org/international/Global/international/publications/climate/2015/Energy-Revolution-2015-Full.pdf